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Dedicato ai campioncini dell'ASFidanken...
Non sono bravo a giocare a calcio, è inutile dirlo, ma fortunatamente questo è vero anche per gli amici con cui gioco. Siamo bravi quel tanto che basta perché valga la pena di giocare: ogni settimana c’è qualcuno che segna un gol eclatante, un potente tiro al volo di destro o un tiro angolato che corona una funambolica discesa attraverso una difesa avversaria disorientata, e in segreto e con un senso di colpa ci pensiamo fino alla volta successiva (non su questo dovrebbero fantasticare degli uomini adulti). Alcuni di noi non hanno più capelli in cima alla testa, anche se questo, come continuiamo a ripeterci, non è mai stato un problema per Ray Wilkins, o per quella brillante ala della Sampdoria di cui ora mi sfugge il nome; molti di noi hanno qualche chilo di troppo; la maggior parte è oltre la trentina. E anche se c’è il tacito accordo di non fare contrasti troppo duri (un sollievo che chi, tra noi, non ne è mai stato capace), ho notato nell’ultimo paio d’anni che la mattina del giovedì mi alzo quasi paralizzato dal dolore alle articolazioni, ai legamenti del ginocchio e al tendine d’Achille; ho il ginocchio gonfio e ingrossato per due giorni, eredità del legamento mediale che mi sono lacerato in una partita dieci anni fa (la successiva operazione esplorativa fu quanto di più vicino abbia mai sentito di essere a un vero giocatore); se mai ho avuto una buona andatura, ho cominciato a perderla con l’aumentare degli anni e per il mio stile di vita autolesionista. […]

Con lo sport non puoi sognare come puoi fare se scrivi, se reciti, se dipingi o se fai carriera come dirigente: l’ho capito a undici anni che non avrei mai giocato per l’Arsenal. Undici anni sono davvero pochi per scoprire una così amara verità. Per fortuna è possibile fare il calciatore professionista senza mettere piede in uno stadio vero e proprio, e senza avere la fortuna di essere dotati di un fisico o della velocità o della resistenza o del talento di un giocatore. Ci sono le smorfie e i gesti: l’espressione accigliata e le spalle ricurve di quando sbagli una buona occasione, le braccia in aria di quando segni, i pugni chiusi e i battimano quando i tuoi compagni di squadra hanno bisogno di incoraggiamento, le braccia aperte con i palmi rivolti verso l’alto per puntualizzare la tua migliore posizione e l’egoismo del tuo compagno, il dito puntato dove vorresti che ti passassero la palla e, dopo che la palla ti è stata passata proprio come volevi e tu hai fatto comunque casino, la mano alzata in segno di riconoscimento di entrambe le cose. E certe volte, quando ricevi il pallone con le spalle alla porta e con un breve passaggio fai da sponda, sai che l’hai fatto bene, proprio bene, e che se non fosse per la pancia (ma d’altronde, guardate Molby), la mancanza di capelli (Wilkins, e di nuovo quell’ala della Sampdoria – Lombardo?) e la mancanza di altezza (Hillier, Limpar), se non fosse per tutti questi aspetti marginali, saresti sembrato proprio come Alan Smith.
(Nick Hornby)
(Proverbio islandese)


Che cos'hanno in comune:
1) L'ultima puntata della 2a serie di Big Bang Theory
2) L'episodio "Strizzacervelli" di Fringe
3) I regali che riceve AleX da suo fratello?
Ingredienti:
- Cibo a volontà
- Vino a volontà
- Locuste e formiche
- Una polenta che fa le bolle
- La simpatia di Uge
- Purtroppo nessun sorso di Chinotto...
Cosa è successo?
Guardatevi l'ultimo video by Cumpa.
E Buon appetito.
Amici (ma soprattutto amiche) della Cumpa e delle serie tv, oggi vi chiediamo un voto per Edo!.
Date un bel 5 alla puntata pilota girata da Nicolò per il concorso del Telefilm Festival cliccando su questo link (è il quarto che trovate nella pagina, ci si mette davvero 2 secondi e non serve nessuna registrazione).
Se, nel frattempo, volete vedere il video che state per votare, eccolo:
In questi giorni gli amanti di Stefano Benni e del suo Bar Sport festeggiano il Luisona Day.
Noi ci uniamo alla celebrazione con un sorso di Chinotto, bevanda citata più volte nei racconti dello scrittore.
Per l'edizione del 2006 del Luisona Day la Cumpa aveva pure realizzato un video: se volete vederlo, cercatelo QUI.
La vita è tutto quel che sta in mezzo tra “È un maschio!” e “Infermiera, ossigeno!”. (Stefano Benni)
etichette: famiglia cristiana, perizoma, facebook
E' nata la versione made in Italy di Wired, la bibbia dei nerd.
Il commento del nostro buon Ale (Zoidberg), che già lo leggeva in inglese, è stato lapidario: "Se lo capisco completamente, non mi piace più".
Sfogliandolo (il giornale, non Ale) mi sono imbattuto nell'intervista realizzata da Paolo Giordano, autore del libro La solitudine dei numeri primi, al premio Nobel Rita Levi Montalcini (che tra 20 giorni compierà 100 anni).
Ne faccio rimbalzare un passaggio su questo nostro blog:
«Il nostro cervello è fatto di due cervelli. Un cervello arcaico, libico, localizzato nell’ippocampo, che non si è praticamente evoluto da tre milioni di anni fa a oggi, e non differisce molto tra l’homo sapiens e i
mammiferi inferiori. Un cervello piccolo, ma che possiede una forza straordinaria. Controlla tutte quelle che sono le emozioni. Ha salvato l’autralopiteco quando è sceso dagli alberi, permettendogli di fare fronte alla ferocia dell’ambiente e degli aggressori. L’altro cervello è quello cognitivo, molto più giovane. È nato con il linguaggio e in 150mila anni ha vissuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura. Si trova nella neo-corteccia. Purtroppo, buona parte del nostro comportamento è ancora guidata dal cervello arcaico. Tutte le grandi tragedie – la Shoa, le guerra, il nazismo, il razzismo – sono dovute alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva. E il cervello arcaico è così abile da indurci a pensare che tutto questo sia controllato dal nostro pensiero, quando non è così». Provo a obiettare che, se ho capito bene, nel cervello arcaico non è annidato solo il male, ma vi dovrebbero risiedere anche l’amore, la passione, l’affettività. Rita Levi Montalcini accoglie l’osservazione con una certa freddezza. Non sembra interessarle molto. Dice: «Sì, la componente emotiva non è solo pessima».
In questi giorni mezza Milano vive notte agitate da Diavoli Rossi. Personalmente però quando penso al Manchester United, la squadra campione d'Inghilterra, d'Europa, del Mondo e - probabilmente - di qualche torneo interplanetario tra galassie, non posso fare a meno di vedere l'immagine di un extraterrestre, di un Re, di un Campione. Con la C maiuscola. La C di Cantona, EriC.
Sul suo passaporto c'è scritto "nato a Marsiglia", anche se la sua vera terra madre è l'Inghilterra. Cantona ha incendiato gli stadi della Premier League con colpi straordinari, una personalità strabordante, l'arroganza e la classe dei grandi e un colpo di kung-fu che rimarrà nella storia.
Il Re ha provato pure a diventare filosofo, tanto che a Manchester vendono libri e maglietti con le sue frasi. Espressioni di ogni genere, come «S’impara e si migliora molto di più con le sconfitte, ma si scopa di più con le vittorie».
Fuori dai campi Cantona ha giocato contro i Diavoli, ha fatto sfidare i più grossi campioni su una nave, si è dato al beach soccer, è diventato attore cinematografico e ora ha appena finito di girare un film sul calcio diretto da Ken Loach.
Forse Cantona è la perfetta definizione di "genio a tutto campo".
George Best disse una volta: «Darei tutto lo champagne che ho bevuto nella mia vita per giocare con lui all'Old Trafford».
Au revoir.
Vi lascio con il ritratto fatto da Beppe Di Corrado nel suo libro "Doppio Passo":
Potere della personalità. Potere del fascino sui più piccoli, incantati dai suoi piedi e dal suo spirito. Avrebbero anche voluto arginare Cantona a un certo punto, ma non hanno potuto: troppi ragazzini con il pallone per la strada e con la maglia numero 7 rossa indosso. E il colletto alzato. Ancora. E' stato un proce
sso di identificazione che non ha avuto uguali. Più di Maradona: Diego era osannato a Napoli, ma odiato in ogni altro stadio d'Italia. A Cantona è accaduto quello che solitamente succede con le star della musica. [...] Lo volevano tutti perché è un tipo da corrida: spettacolo e sangue. Uno che avrebbe affascinato Ernest Hemingway, che ha stretto amicizia con Mickey Rourke. Uno che avrebbe condiviso una stanza di Parigi con Jim Morrison, raccontando che cos'è per lui la vita e perché non si possono dimenticare le parole di Arthur Rimabud:

Buon cUmpleanno a noi.
Niente ha senso! La vita è una grande lotteria di inutili tragedie e una serie di scampati pericoli. Così mi godo i dettagli. Sai, un bel hamburger al formaggio è una goduria, guardare il cielo dieci minuti prima che cominci a piovere, il momento in cui la risata ti toglie il fiato. E io me ne sto a fumare le mie camel senza filtro e la musica me la suono io.
(Giovani, carini e disoccupati)
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